Ignis

Ignis

Tra la fine dei ’60 e l’inizio dei ’70, la situazione era questa: A Varese e Milano non passava nessuno; Ignis e Simmenthal vincevano tutto il resto. Come corollario la terza forza, Cantù, perdeva 4 partite a stagione. Poi venivano gli altri: Norda Bologna (Virtus), Splugen Venezia (Reyer), Mobilquattro Milano, Snaidero Udine.

Ignis e Simmenthal finivano pari, quindi spareggio. Una volta l’una, una l’altra.

Tramite mio zio, ci eravamo distribuiti equamente le preferenze: io Ignis e Inter, mio fratello Simmenthal e Milan, mio zio Simmenthal e Inter.

L’Ignis vinceva e io ne ero strafelice, ma non capivo come facesse: i maledetti milanesi erano brutti e cattivi. Molto di tutt’e due. La prima volta che li vidi, a Venezia, mi spaventarono moltissimo. Avevano una tuta di cotone grezzo, rossa, che sembrava canapa. Sotto quindi dovevano avere una pelle di lucertola, di caimano. E infatti tre assomigliavano proprio a dei varani. Bill Iellini sembrava uno appena uscito di galera – anzi, evaso; Bariviera aveva la faccia da zingaro, di quelli col coltello in tasca; Cerioni era il degno discepolo di entrambi. Brutti e cattivi. Poi c’era l’americano biondo con le basette, faccia da Midwest ma non lasciamoci ingannare: sotto i tabelloni Kenney picchiava come un gorilla. L’unico “normale” era Masini, peccato che fosse alto 2 metri e dieci, all’epoca tantissimo. Mi correggo: anche Pino Brumatti sembrava normale, ma mio zio mi aveva detto che in un derby precedente…

I “miei” erano forti, ma in tutt’altro modo. Il Simmenthal sembrava un esercito di vampiri mietitori (Blade 2), quelli con qualcosa in più. Nell’Ignis c’erano 2 – dico 2 – portapalla: Ossola e Rusconi. Ancora oggi non capisco a cosa servisse Rusconi: non tirava, quindi non segnava. Forse difendeva, boh. Ossola aveva un buon tiro in allenamento, ma pure lui non tirava mai. Pivot era Meneghin, credo l’unico pivot italiano di tutta la serie A con Bovone della Snaidero. Non altissimo (2.02), ti potevi fidare: neutralizzava qualunque avversario (compreso Kenney) e in più segnava. Poi c’era Raga e poi c’era il quinto: fosse Bisson o Zanatta, qualche aiuto lo dava. Ma mentre il Simmenthal era formato da 5 giocatori che più o meno fornivano un eguale contributo di gioco e punti alla partita, l’Ignis era un solo giocatore: Manuel Raga Navarro. Unico cestista messicano mai esistito, Raga era l’Ignis. Non so la storia, non so chi e come scoprì che esisteva, ma se non l’avesse scoperto, nessuno si ricorderebbe dell’Ignis. Piccolo (1,88), scuro e con la faccia da indio, era lo Speedy Gonzales della pallacanestro. Ala, tirava da fuori, da sotto, da dentro e da sopra, e sbagliava raramente. Raga teneva a galla quella stranissima compagine di due portapalla, un Meneghin, un contributo aggiunto.

In camera mia c’erano due poster: uno di Bonimba (Roberto Boninsegna, centravanti dell’Inter) e uno di Raga. Anche per effetto dell’orrenda qualità del poster interista, avessi dovuto salvare uno dei due avrei salvato Raga (e ho detto tutto).

Nell’estate del ’72, leggendo un numero dei Giganti del Basket, mi prese un accidente multiplo: l’Ignis e il suo allenatore, il serpentino ma preparatissimo Asa Nikolic, stavano seriamente pensando di dar via Raga per un certo Bob Morse. Cazz’era, ‘sto Morse? Come si permetteva? Anzi no: come si permettevano tutti? Volevo suicidarmi. Perché fu proprio quello che accadde: arrivò Morse. Alto e biondo come e più di Kenney, anche Morse era un’ala. Io ero già con la testa nel forno, quando scoprii perché l’Ignis aveva preso Morse. La mia squadra aveva dato via un giocatore fenomenale, da sogno, per comprarsi una mitragliatrice. Raga sbagliava poco, Morse mai. Lo vidi un paio d’anni dopo, quando oramai era tutto già scritto: in riscaldamento, Bob Morse fece 34/34. Erano anni in cui le partite finivano 63-58, 75-71, roba così. Raga spesso faceva 30 punti, che bastavano. Morse spesso ne faceva 40, 44, 46. Mentre l’Ignis aveva Morse, al posto di Kenney al Simmenthal arrivò il bidone assoluto, tale George Brosterhous, immediatamente soprannominato Brokkerhous.

Paradossalmente, tra questa astuta mossa milanese e Morse, il mio interesse per il basket si affossò repentinamente. Non c’era più storia, non c’era più campionato. L’Ignis vinse di tutto, dai tornei estivi di Catanzaro alla Coppa Interplanetaria su Marte, ma non c’era più emozione. Che emozione ci può essere, quando scende in campo una mitragliatrice contro dei tizi in maglietta e calzoncini?

Quando l’Ignis divenne MobilGirgi, mi tirai fuori del tutto. Ma mi ricorderò sempre, e me lo ricorderò sempre bene, di quel piccolo messicano visto per tre anni di seguito alla Misericordia di Venezia, anche la strana e unica volta che l’Ignis perse. L’indio che da solo batteva i varani di Milano, prima che decidessimo di comprarci Morse, l’arma definitiva.

2 Comments

  • VENEZIANO
    29/09/2014

    Un flash. Palazzetto della Misericordia. Reyer-Simmenthal. Sulle note di Jesus Christ Superstar:
    “Sim-menthaal, Sim-menthaal, Sim-mentalmente bue-e-oo!”

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