L’uomo di Vermilion Sands

L’uomo di Vermilion Sands

Non vi starò a raccontare chi è James Ballard. Se non lo conoscete, conoscetelo. Una per tutte: Il mondo sommerso, 1962. Benché quando lo lessi la prima volta ero ancora nell’età in cui nei romanzi si cerca l’eroe, capivo lo stesso che quello strano libro che parlava d’altro non era banale.

Ballard ha dei tratti molto caratteristici, per non dire caratterizzanti. Come Bradbury, come Dick. Ognuno dei tre sta su uno spigolo diverso del medesimo triangolo (forse equilatero). Bradbury dà infinita poesia al quotidiano, e in ciò è insuperabile. Ballard gareggia con Bradbury nel creare atmosfere rarefatte, ma per questo ha bisogno di costruire realtà localizzate o interi mondi distopici, che si legano alla personalità e alla psiche dei suoi personaggi. L’equilibrio – o disequilibrio – tra realtà interiore ed esterna è il suo tratto più marcato, che ne fa un campione di sapienti dosaggi tra ciò che è, ciò che sembra e ciò che non può essere [criptico, eh? Beh, è Ballard]. Dick porta verso il caos le distopie che Ballard riesce a mantenere sotto controllo, almeno pro tempore.

Se vogliamo confrontarli in termini di entropìa, in Bradbury è minima, in Dick è massima.

Ma Ballard – diversamente dagli altri due – ha un suo luogo d’elezione, si potrebbe dire un suo buon ritiro, un dove senza quando in cui ripropone di continuo la medesima struttura di intreccio e relazioni, ogni volta con lievi ma significative variazioni: Vermilion Sands.

Vermilion Sands è un luogo immaginario, contemporaneamente deserto sabbioso e porto di mare, luogo di villeggiatura alla moda e residuo di fasti ormai passati. Gli abitanti si conoscono tutti e svolgono lavori surreali: dal coltivatore/allevatore di piante ornamentali canore al redattore di riviste di poesia automatica. In questa realtà non competitiva di amici-conoscenti (tutti maschi) che la sera si ritrovano nella villa di uno o dell’altro a contemplare il tramonto e guardare le razze di terra volare sopra il deserto, si inserisce ogni volta una Donna, sempre bellissima e misteriosa, a scuotere temporaneamente gli equilibri.

Vermilion Sands è il teatro della sua disturbante presenza, nel breve periodo in cui ella vi soggiorna. In genere è portatrice di messaggi, visioni e suggestioni esistenziali, e induce dubbi e ripensamenti nel gruppo di locali. Nessuno riesce mai davvero a conoscerla, a capirla, a conquistarla.

Non so bene cosa Ballard voglia rappresentare, nel ciclo di Vermilion Sands, anche se sono evidenti i tratti sempre presenti del Mistero e della Perdita. Fatto sta che ogni volta che un racconto inizia con “Ero in terrazza a guardare i fari delle macchine che quell’estate attraversavano Vermilion Sands…” mi spunta un sorriso e mi verrebbe da staccare il telefono, se ce l’avessi.

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