Born To Be Alive

Born To Be Alive

Born To Be Alive esce nel 1978. Io nel 1978 ero molto purista-fastidioso e non sopportavo che il titolo assomigliasse a Born To Run, che aveva decisamente un altro spessore (musicale e culturale).

Tuttavia, quel successo mondiale – l’unico che mi risulti, di Patrick Hernandez – mi lasciava una pulce nell’orecchio, perché nel suo genere non era male. No, non era male.

La fottuta verità è che Born To Be Alive ha un’energia della madonna (a proposito, Madonna era una ballerina del clip ufficiale) e non è che “non sia male”: è dannatamente perfetta, nel suo genere, con una scelta di toni, tempi e timbri su cui non c’è proprio nulla da ribattere.

La faccia da cazzo di Hernandez con i decenni si è rivelata quella di un uomo simpatico, capace di larga auto-ironia.

E Born To Be Alive ora è un challenge sui media, tutti i media. Ci sono versioni dance, shuffle, hip hop di varie scuole, altre “libere” di padri con figlie, casalinghe, scappati di casa, gruppi-vacanze. E tutto questo accade per il semplice motivo che se lo merita, in tutte le versioni (ce ne sono 4-5, e anche il long-remix 12″ non è niente male) tranne che nelle cover, una peggio dell’altra.

Se solo Joe Cocker può fare una cover di First We Take Manhattan, nessuno può fare una cover di BTBA. Perché di Hernandez ce n’è stato uno solo.

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