Fiera d’agosto

Fiera d’agosto

Come tutti gli italiani ricchi e nullafacenti, sono andato in vacanza.

Mi sono portato – come si dice – dal profondo Sud (Roma) all’alacre e produttivo Nord, toccando varie tappe del mio passato e presente.

A Treviso, la cittadina di Signore & Signori, ci sono i mulini. Ad acqua, alimentati dal Sile, fiumicello simpatico e placido che – credo – non ha una sorgente né una foce, ma gira intorno e all’interno delle mura come in una fontana a riciclo d’acqua, rendendo possibile l’incredibile definizione di cui il paesello ama fregiarsi su ogni cartello posto a ogni angolo di strada: “Treviso, città d’Arte”.

Ammettiamo pure che un visitatore di Cavarzere o della più prossima Preganziol possa trascorrere la propria vacanza trevigiana tra ‘oh!’ e ‘ah!’ di stendhaliano e ammirato stupore, ma l’ossessivo richiamo alle attrattive artistico-architettoniche del capoluogo della Marca che effetto può avere, che so, su di un turista parigino o romano? I miei figli, romani assai, sin dalla più tenera età sono sempre stati colti da convulse risa, alla vista di quei cartelli. Essi (i figli, intendo, non i cartelli), pur non conoscendo i paragoni di Marostica, Bassano o Montagnana, inconsciamente percepiscono quel “città d’Arte” per quel che è: una sboronata contadina. Il centro di Udine – tanto per fare un esempio – non ha nulla da invidiare al cuore pulsante di Treviso, ma non mi risulta che si fregi del titolo di “città d’Arte”. Mah!

Da Treviso sono andato brevemente a Trieste, città bella e ricca nonché famosa per l’assodata avversione dei suoi negozianti nei confronti di qualunque tipo di avventore. Se poi è romano, il reciproco sentimento d’odio è garantito. Io naturalmente mi guardo bene dall’essere romano, e anzi il caso vuole sia proprio triestino (il che spiega in qualche misura la scelta della destinazione), ma chi mi accompagnava – ahimè – era proprio romano, al femminile. Amore a prima vista, insomma. È che i triestini non hanno bisogno di nessuno e di nulla, e ci tengono a dimostrarlo. I problemi nascono quando qualcuno mostra di avere temporaneamente bisogno di loro, sia pure solo per acquistare uno shampoo. Ascoltate me: se dovete comprare qualcosa, non aspettate di essere a Trieste per farlo, siate furbi e lo shampoo procuratevelo a Monfalcone. Per il bottegaio triestino, vendervi qualcosa è una specie di sua ammissione di inferiorità, di debolezza, che non può che sfociare in comportamenti aggressivi e poco consigliati nei manuali di marketing.

La terza tappa è stata Sauris, nello splendido B&B di Laura, in quel di S. Antonio di Modepoudn. Già, ho scritto proprio Modepoudn, che si pronuncia così. È che in quelle lande hanno una lingua particolare, imbastardita dal tedesco. Sauris è in Carnia ed è il comune più alto della regione. Posto favoloso, tranquillissimo, dove ogni anno passo qualche giorno nella sinora vana attesa mi offrano la cittadinanza. Il lago di Sauris è artificiale e verdissimo, chiuso da una diga in tutto e per tutto simile – tranne le ridotte dimensioni – a quella del Vajont. In effetti, il progettista è lo stesso.

Sauris vanta una cucina formidabile, il cui pezzo forte è il prosciutto locale, prodotto dalla ditta Wolf. Praticamente introvabile fuori valle, da solo rende meritevole una permanenza.

Due anni fa mi sono presentato sul laghetto con figlio e canoa, per venire a sapere che se ti beccano a pagaiare lì sopra ti impiccano senza processo: sapete, precauzioni contro i possibili risucchi delle tubazioni che prendono l’acqua dal lago e la convogliano alla centrale idroelettrica. Giusto, giusto, sin troppo giusto. Così quest’anno niente canoa… E cosa mi raccontano all’agenzia di turismo? Che da quest’anno sul lago ci puoi andare in canoa, a piedi, in monopattino o come ti pare. Ma… ma… e le giuste precauzioni? Vabbè!

Dicevo del Vajont, no? E come si può andare in Carnia senza pagare il doveroso tributo alla memoria del disastro? Non si può, ovviamente. Così, per la quarta volta in quattro anni, eccomi sulla famigerata diga. Ormai della diga so tutto, esattamente come tutti gli italiani che hanno visto lo spettacolo di Marco Paolini e/o hanno letto il libro della Tina Merlin. Solo che io lo so da molto prima. Mi ricordo la telefonata dalla sede Rai di Trieste a mio padre, alle 23 e qualcosa di quella sera d’ottobre, per avvertirlo che doveva precipitarsi sul posto. Io avevo tre anni e mezzo e non capivo cosa fosse successo. In seguito, abitando a Venezia, per molti anni scendendo dal Cadore sono passato lungo la valle del Piave e ho visto finalmente la famosa diga dal basso, cioè da Longarone. Disastro a parte, mi sono sempre chiesto come potessero stare tranquilli laggiù, a vedersi questo mostro di calcestruzzo che provava a tener fermi 150 milioni di litri d’acqua. Ma la cosa più pazzesca – sempre strage d’innocenti a parte – è stata che quando in quei 150 milioni di metri cubi d’acqua sono caduti 220 milioni di metri cubi di terra, la diga ha tenuto davvero.

L’ingegneria della diga e la fisica del disastro conservano un fascino macabro del quale gli abitanti di Erto e di Casso non appaiono molto orgogliosi (sono in verità piuttosto ostili con i visitatori) mentre, incredibile a dirsi, a Longarone la memoria è più serena.

Con la mia lunghissima frequentazione delle tematiche legate alla diga, ho avuto tempo e opportunità per sviluppare osservazioni, diciamo, “collaterali”. Trent’anni fa, se ti presentavi in un bar di Casso dicendo che eri venuto per capire, ti guardavano con il chiaro desiderio di spararti in bocca. Volevano essere lasciati in pace e te lo facevano capire con tipica delicatezza montanara. La diga non si poteva visitare e il luogo era abbandonato, con solo una misera e vuotissima chiesetta commemorativa piazzata lì accanto. Poi è venuto Paolini e tutto si è trasformato. Ora c’è un parcheggio a pagamento, due chioschi di bibite e panini, visite guidate a tutte le ore sul coronamento dell’opera e – almeno sino all’anno scorso – il vecchio fotografo Bepi Zanfron che vende e autografa il proprio libro sul prima e il dopo frana. Le guide che ti portano a visitare il manufatto sono la componente più interessante. Attraverso le loro parole si colgono i mutamenti della sensibilità collettiva attraverso il tempo. Trent’anni fa si parlava di morti e solo di quelli. Poi hanno cominciato a disquisire dei dati tecnici e i cartelloni illustrativi si sono adeguati in tal senso, con un’interessante (per me) spiegazione della progettazione originaria del sistema idroelettrico Grande Vajont. Una settimana fa, forse influenzata dalla crisi economica e dalle malefatte della politica, l’ultima guida invece insisteva sull’insieme di aspetti corrotti e connivenze che ha tenuto nascosto il rischio di frana e poi, in sede di processo e attribuzione delle responsabilità, ha praticamente assolto tutti i banditi e convogliato i risarcimenti ovunque tranne che nella valle di Erto e Casso.

Come dire che le letture dei fatti mutano in funzione di tanti fattori storici e contingenti. Oggi, se volete, potete anche comprarvi una (assurdamente costosa) t-shirt con la diga stampata sopra.

L’ultima tappa è stata Fiera di Primiero, anzi no Mezzano, anzi no Imer, comunque Trentino verso San Martino e ci siamo capiti. Dovevo stare due notti e ci sono rimasto sei, tanto per spiegare che non mi sono trovato male. E qui ho scoperto che i cerchi si chiudono, perché Mezzano è uno dei “borghi più belli d’Italia”, esattamente quanto Treviso è città d’arte. Ora, stabilito che Mezzano certo non fa schifo, nel solo Trentino, lasciando in pace l’Alto Adige, ci sono almeno 22.418 borghi più carini, tipici e accoglienti.

Ed eccoci a chiudere il cerchio: che serietà si può attribuire a un sistema turistico che certifica stronzate palesi per ogni distratto osservatore? L’artisticità di Treviso, esattamente come e quanto la borgobellezza di Mezzano, dimostrano solo l’abilità di certi amministratori nel procurarsi attestati utili ad accedere a fondi speciali, premianti. Sapete quanti borgobelli ci sono in Italia? Uno, al massimo due per regione. Meno di 40 in tutto. Adesso ditemi voi quanta può essere la genialità di chi rischia una figura di merda internazionale, colluso con chi attribuisce gli attestati, pur di farsi finanziare – che so – un km di ciclabile da qualche ignaro ufficio della Commissione europea.

La mia Panda non 4×4 ha fatto il suo sporco dovere, come sempre. Ma anche l’unica auto che abbia un senso che la Fiat riesca a produrre, sia pure a un prezzo di poco inferiore a un incrociatore lanciamissili, nulla può di fronte alla segnaletica stradale italiana. Voglio fare solo due osservazioni. La prima: sono convinto che ogni santo giorno in ogni comune d’Italia arrivi un omino a bordo di un tir stracolmo di segnali stradali. Lo scarica, dice “è per voi” e se ne va. Ogni santo giorno. Non fosse così, non riuscirei a capire come ogni due metri tutte le strade – comunali, provinciali e statali – siano tappezzate di segnali stradali (come si può intuire, nel 99% dei casi totalmente inutili e fuori contesto).

Seconda osservazione: i cartelli sono piazzati – ogni due metri – completamente a caso e in palese contrasto con le indicazioni del codice. Tra queste assurdità, spicca quella dei limiti di velocità. Strade a 4 corsie col limite di 50 lasciano il passo a restringimenti della carreggiata, per cui o passa il mulo da sud o quello da nord, dove il limite è improvvisamente elevato a 90. Così, a stracazzo. Ho percorso valli deserte a 30 km/h, perché lo voleva l’autorità, in attesa di veder comparire il famoso segnale “fine del divieto”, che quasi mai chiarisce quale fosse il divieto da far finire. È un coso tondo bianco, con una striscia diagonale nera, e basta così. Forse, passato quel segnale, puoi anche ammazzare impunentemente le vecchiette, chissà. Ora capisco un po’ meglio i milioni di italiani che dei limiti se ne fottono allegramente. E capisco sempre meno nelle mani di chi siamo. Già, questo è un problema anche più vasto: più invecchi, più ti rendi conto che molti ggiovani fanno le cose a cazzo e tu le sapresti fare – con pochissimo – un po’ meglio, solo che ormai nessuno ti ascolta.

 

5 Comments

  • Maurizio
    23/08/2013

    A Longarone la memoria è più serena perchè non c’è stato quasi più nessuno che potesse esercitarla: sono morti quasi tutti travolti dall’acqua. Anch’io ricordo bene la telefonata di quella sera, mio padre che esce in fretta da casa e incrocia il cugino dell’appartamento di sotto, vigile del fuoco, pure lui richiamato in servizio. Al ritorno tante foto. Ne ho una nella quale si vede una persona, uno di tanti migranti del tempo, ritornata dall’estero poche ore dopo il disastro, seduto inebetito su una misera valigia in mezzo alla distesa di fango, piatta, uniforme. E’ probabile che i memori siano proprio quelli che non c’erano.
    Per quanto riguarda la segnaletica ho sempre pensato che il fornitore dei cartelli sia il cugino del capo dell’ufficio tecnico comunale o del sindaco. Impazzisco quando vedo il coso bianco barrato di nero seguito, dopo 25 centimetri, da un nuovo limite di velocità. Si vede che c’era una liquidazione di così bianchi barrati di nero ed era un peccato lasciarsi sfuggire questa grande occasione. Prenderne centomila al costo di cinquantamila. Vuoi mettere?

  • VENEZIANO
    25/08/2013

    Se può esserti di consolazione, anche Mogliano Veneto è stata dichiarata “Città d’arte” ai sensi della L.R. 28 dicembre 1999 n. 62.
    Dove vi sia un patrimonio artistico ancora non lo so, ma prima o poi lo scoprirò. Sospetto che buona parte di esso consista in performances pittoriche e scultoree serali lungo il Terraglio, data la presenza in loco di numerose modelle seminude in posa, ma non ne ho ancora la certezza…

  • VENEZIANO
    25/08/2013

    …sulla presenza di queste ultime, in passato, l’amministrazione aveva provveduto a creare l’apposita segnaletica stradale, per accompagnare i turisti nell’itinerario artistico. Io stesso, come altri interessati d’arte, avevo fotografato l’originale cartello, presente vicino al centro di Mogliano, ma i soliti vandali , in seguito, devono averlo rimosso…. http://www.blitzquotidiano.it/photogallery/treviso-prostitute-attenzione-cartello-avverte-982860/

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