alchimia xiilografia 290x191 AlchimieFino a pochi anni fa snobbavo l’alchimia, relegandola a cartone animato (Merlino ne La spada nella roccia Disney) o a fissazione di qualche pseudo-esoterista un po’ tocco. Poi ho parlato con un’alchimista, o meglio appassionata della materia, che mi ha spiegato come la ricerca non sia solo in direzione del Lapis philosophorum. Va ammesso che gli alchimisti non erano tutti degli sprovveduti ignoranti: Alberto Magno, Tommaso d’Aquino, Raimondo Lullo, Flamel, Fulcanelli… tutti conoscevano i congiuntivi, e qualcuno era un chimico niente male. Ma a farmi guardare con nuovo rispetto alle pratiche alchemiche è stata soprattutto un’ipotesi molto tecnica legata alla pietra filosofale, quella che tramuta i metalli in oro. Trasmutare la materia significa, con linguaggio moderno, né più né meno che innescare delle reazioni nucleari (OT: molto carino a proposito il raccontino di Asimov Paté de fois gras, in cui un’oca depone uova d’oro massiccio, e tutti a chiedersi come fa): se riesci a modificare permanentemente il numero di protoni di un nucleo atomico, da un elemento ne ottieni un altro, voilà! Questo siamo capaci di farlo per fissione (separazione) o fusione. La ricerca scientifico-tecnologica va in due direzioni: processo incontrollato (bombe) o controllato (centrali nucleari, per ora solo a fissione; quelle a fusione sono solo esperimenti da laboratorio).
Dal 1989 si fa un gran parlare di fusione fredda (Fleischmann e Pons), ed è qui che la cosa si fa interessante. Dai due chimici ai più moderni esperimenti di Yoshiaki Arata, quel che è in dubbio è il bilancio energetico positivo della fusione, non il fatto che questa effettivamente si realizzi. Ed è ancora più interessante che in via di principio i parametri termici e pressori richiesti per la trasformazione degli elementi secondo il protocollo di Arata fossero ampiamente nelle possibilità degli alchimisti, almeno di quelli successivi al 1600. L’esperimento giapponese richiede 50° C e 50 atmosfere, pienamente alla portata di un laboratorio settecentesco. L’unico punto debole è il cosiddetto fattore di caricamento, cioè il rapporto tra atomi di deuterio e palladio, che anche ai giorni nostri è difficile da raggiungere.
Quel che non voglio dire è che gli alchimisti fossero capaci di ottenere una fusione fredda, ma quel che voglio dire è che magari erano sulla strada per ottenerla. Solve et coagula… perché no?

Ti potrebbero anche interessare: