wing chun2 202x290 Wing Chun (2)Una delle cose che le arti marziali mi hanno insegnato con certezza è che “sei quello che alleni”. In combattimento, e soprattutto in condizioni di stress, entrano in gioco gli automatismi imparati in allenamento. Più si allena una tecnica in un certo modo, più quel modo – e non altri – emergerà nella pratica.

Mi domando come chi si allena a mantenere una struttura forte e radicata possa improvvisamente disporre di quella mobilità necessaria a “togliersi di torno” rispetto alla direzione di forza dell’avversario. Le soluzioni proposte dal wing chun sono nel migliore dei casi ottimistiche, nel peggiore irrealizzabili. Ruotare è possibile, ma a una velocità insufficiente nel contesto di una dinamica di combattimento. In particolare, l’obiettivo di mantenere la colonna vertebrale sempre perpendicolare al terreno (per favorire la struttura stabile e forte) impone un vincolo fisico-meccanico che limita le strategie di fuga e consente all’avversario un importante vantaggio. La risposta classica alle critiche di staticità è la destrutturazione dell’avversario, cioè la capacità di sbilanciarlo e deviarne la forza. Questa soluzione però si basa sull’ipotesi che egli mantenga la pressione nella direzione originaria, il che può chiaramente risultare falso. E un opponente che non accetta pressioni, bensì devia quando incontra una forza, non si può destrutturare. Un wing chun “basato sulla struttura” funziona perciò solo con avversari che applicano i medesimi principi. Si assiste così in genere a “rafforzamenti competitivi” della struttura, che dovrà sempre essere più forte o almeno equivalente a quella dell’avversario. È quindi una gara al rilancio che non ha mai fine, perché ci sarà sempre qualcuno più forte, piantato e muscolarmente più connesso di noi.

Che ha a che fare tutto questo con l’idea che il wing chun privilegi la tecnica a discapito della forza, che sia adatto anche alle donne, che sia alla portata di tutti?

Poco o niente: il wing chun che si vede in giro è incoerente rispetto ai principi che esso stesso enuncia ed è miopemente ottimistico rispetto alle soluzioni che propone. Un pugile, un combattente di muai thai, persino un ballerino di capoeira sarebbero felici di avere di fronte un tizio pianatato sul posto, bello dritto come un fuso, del tutto disabituato alle finte, fiducioso nell’attendere che l’altro gli si scagli addosso. Nessuno prenderebbe a testate una quercia, ma tutti le possono pisciare addosso, da tutti i lati.

Il wing chun tipico allena lo sfruttamento del contatto attraverso il chi-sao. L’abilità nel gestire lo striking a corta distanza di un wing chun man non ha eguali. Il problema è che la distanza da chi-sao è irrealistica: ad essa – se si è fortunati – ci si arriva, ma da essa mai si parte. È una distanza convenzionale. I wing chun men passano gran parte del proprio tempo ad allenare il chi-sao, diventando perciò bravissimi a gestire una distanza irrealistica. Nessuno sembra intenzionato ad affrontare l’argomento che se l’avversario ti saltella intorno, non intende incrociare le braccia con te a nessuna distanza, ma colpisce solo d’incontro o di rimessa, il chi-sao non serve a niente. Nessuno spiega come il wing chun alla distanza di chi-sao riesca ad arrivare. Né è facile raggiungerla da parte del wing chun man, se l’altro non è collaborativo: continuerà a saltellarti intorno, prendendoti a pugni (pugile), a calci (karate) o pugni&calci (muai thai).

Nel wing chun classico c’è qualcosa che non va. Anzi, parecchio.

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