Il Barocco in musica

L’architettura barocca non mi è mai piaciuta, preferendo di gran lunga l’essenzialità del gotico. Ma per quanto riguarda la musica, il “mio” periodo è senz’altro il ‘700. Per qualche motivo trovo che la sensibilità, l’orecchio del XVIII secolo siano molto più moderni e vicini a noi (o magari solo a me) di quanto accadde prima e dopo. Non sono uno studioso di musica ma qualche informazione me la sono andata a cercare lo stesso, per provare a capire meglio i miei perché.
Più o meno tutti sono d’accordo che il ‘700 musicale sia l’epoca dello sistematizzazione formale dei canoni, vale a dire dello studio approfondito delle potenzialità dei singoli strumenti, dell’armonia, del contrappunto e della creazione di precisi schemi di interazione tra le diverse componenti dell’orchestra (che diventa “orchestra” proprio allora). Tutto potrebbe risultare freddino in quanto progettato effettivamente come un’equazione, ma il risultato è completamente diverso. Nel Barocco la musica si prepara come al giorno d’oggi si creano i successi musicali estivi, vale a dire con una progettazione accurata e teorica degli effetti. Le ragioni sono tre. Una storica: dopo i secoli precedenti di “invenzione” è tempo di procedere alla sistematizzazione dell’uso delle voci musicali. L’intento è favorito anche dal nuovo pensiero filosofico illuminista, che enfatizza l’impiego della Ragione e della Scienza. La seconda ragione è dettata dalla necessità di divertire chi la musica la paga, cioè le corti europee. Sottratto al dominio un po’ cupo e monotematico della Chiesa e trasferito presso re e principi, il tema musicale si laicizza, si alleggerisce, si espande in più direzioni che non devono necessariamente scontare la “serietà del Divino”, e quindi gode di un maggior numero di gradi di libertà espressiva. La terza ragione è legata alla seconda, cioè a chi commissiona la musica: re e potenti hanno mezzi per mantenere non solo chi scrive, ma anche chi suona. Le orchestre si fanno imponenti, ricche, e sono ospitate in ambienti creati ad hoc: sale di musica progettate per la massima resa sonora.
Il risultato è perciò una musica “di potenza” e celebrativa, certamente spesso anche enfatica e adulatoria, dove si cerca il grandioso attraverso il completo sfruttamento dei diversi gruppi di strumenti. Questa continua gara tecnica al rialzo produce due effetti per me gradevolissimi. Il primo è la straordinaria ariosità del tessuto musicale, che evoca orizzonti ampi e lontani o, per dirla con Montale, “vento e bandiere”. Tutto è luminoso, soleggiato, largo, simbolicamente positivo (mica puoi raccontare al re che finirà detronizzato e in disgrazia, no?). Il secondo effetto è il virtuosismo. Suonatori e cantanti, finalmente con un impiego fisso e la garanzia di pranzi e cene abbondanti, si superano nel superare sé stessi. Se anche oggigiorno si prende un cantante d’opera lirica e lo si confronta con uno specializzato in musica barocca, si nota una maggior potenza vocale del primo ma una flessibilità molto superiore del secondo (avete ascoltato Elin Manahan Thomas in “Eternal Source of Grace Divine“? Ditemi quale soprano arriva dove arriva lei, o Iestyn Davies in “Sound the Trumpet“ o in “Let Rolling Streams“.

Alison Balsom and Iestyn Davies in "Sound the Trumpet"

Nelle orchestre, oltre a inserire l’uso dell’organo, si lavora molto sugli archi e sui fiati e in special modo sulla tromba, spesso incaricata (in gruppo) della guida della melodia. Ascoltate Alison Balsom e capirete di che parlo. Tanta sistematica e matematica precisione ha un’importante completamento, introducendo quasi a compensazione un grado di libertà e improvvisazione: la tecnica del basso continuo, che indica e rende obbligatori solo gli accordi di armonia, mentre lascia mano completamente libera in tutte le battute intermedie.

Dicevo che il risultato finale sarebbe potuto cadere nel tecnicismo ma che così non è stato. La pancia e la tasca piene dei compositori produce un’allegria generale, e ce n’è d’avanzo per tentare qualche “scherzo” innovativo: uno per tutti Vivaldi nel suo RV-558 in DO maggiore, o Manfredini nel “Double Trumpet Concerto in RE maggiore”.
Tutto questo è moderno, orecchiabile, grandioso e comprensibile. L’esatto opposto delle paranoie psicotiche del successivo Romanticismo, fondato sulla più grande disgrazia della musica seria: l’invenzione del pianoforte. Non che questo sia palloso in sé, anzi, ma lo diventa quando l’autore si incarta sulle proprie sofferenze interiori. A noi checcefrega? Noi vogliamo sole, acqua, giochi pirotecnici e marce di eserciti trionfanti. Vogliamo perfezione tecnica e il coraggio di scherzarci sopra.
Bach, Haendel, Vivaldi, Purcell, Telemann, Lully, Torelli… a voi non dicono niente? A me sì, e parecchio.

1 Comment

  • Maurizio.
    09/09/2018

    Aggiungerei anche un altro aspetto che l’accomuna al pop di oggi: la prevedibilità della trama e dell’arrangiamento. Da ciò, io penso, derivano l’orecchiabilità e la facilità di ascolto. Tant’è che personalmente fatico a inserire il genere nel novero della “musica colta” ancorché, anzi, proprio per questo, gradevolissima. Insomma di solito si preferisce la visione di Guerre Stellari a quella di 2001 Odissea nello Spazio. Soprattutto in tempi di uggia.

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