20131109080028 6 290x190 Lavarone (Addenda)Lavarone era molto, molto più di quanto ho già detto, ed è questo di più a spiegarne la memoria e il significato. Ora, non so bene se la cosa riguardasse – e riguardi – soltanto me, ma non credo (indagherò). Quel che è certo è che quella settimana catalizzava tutto ciò che ciascuno era, a un’età in cui quasi tutto è pregnante entro un quadro in rapida evoluzione: praticamente, un bombardamento sensoriale ed emotivo continuo. Come ho già detto (amo ripetermi) al Cimone si viveva un costante redde rationem su diversi piani d’esistenza. Lavarone integrava la percezione di te stesso, sia da parte tua che degli altri. Da lì si usciva con una nuova idea di te, tanto personale che simil-oggettiva dal lato dei tuoi compagni d’avventura.

Per questo, occorre parlare anche d’altro. Qualcuno mi capirà.

Teorema di esistenza e unicità di Luca Pianon

Come dice il titolo, ci accingiamo a dare dimostrazione del fatto che all’epoca dei fatti narrati Luca Pianon esisteva ed era unico. Ma questo paragrafo ha un significato generalizzabile: esemplifica un archetipo millenario, che accompagna la storia dell’uomo. Non dico ora di che si tratti – se no addio sorpresa – ma vi titillo associando a esso l’intero asse portante del volume 3 di Cronache della Galassia (Asimov).

Seconda media. A gennaio vengono calcolati e resi noti i turni (3) di Lavarone. Ciò ti permette di sapere quando partirai e con quali classi oltre la tua. Il Fato ha stabilito che nel tuo turno ci sarà anche la classe di Luca Pianon. Poiché questo è un paragrafo squisitamente scientifico, non mi abbandonerò a commenti di colore circa il tumulto che la notizia provocò, limitandomi a sottolinearne la rilevanza assoluta.

Così arrivammo come di consueto in Trentino coi pullman e, appena scesi nel piazzale, chiesi a un mio compagno di classe di indicarmi immediatamente Luca Pianon, prima che l’ingresso nell’albergo per l’affollata cerimonia di assegnazione delle camere lo sottraesse alla mia sete di sapere. Egli (il compagno) si guardò brevemente intorno, dopodiché mi additò un baldo giovane, ben piazzato e di avvenenza senz’altro compatibile con la sua decantata maestria sciistica. “Già” – mi dissi – “non potevo attendermi nulla di meno”. Tenendolo d’occhio come un aspirante biografo, entrai nella hall del Cimone, dov’era in corso la battaglia medievale per impadronirsi delle chiavi delle stanze. Qui scambiai un paio di reciproche cortesie con un cordiale ragazzo di altra classe e altra sezione, sicché riuscimmo entrambi a entrare in possesso del prezioso metallo in tempi congrui. Il ragazzo era visibilmente eccitato e ciarliero, ma mi distraeva dal mio Compito, che era quello di seguire ogni movimento di Luca Pianon, per poterne dire in futuro di fronte a un certamente attentissimo uditorio. Quando il mio Pianon salì le scale, lo seguii con discrezione, con dietro il ragazzo cordiale che evidentemente non capiva l’urgenza e l’importanza della mia missione.

Era abitudine ficcare il naso nelle camere dei compagni, per vedere se erano stati trattati meglio o peggio di noi. Io, privilegiato, avevo una doppia con Francesco Mora, tranquillissimo compagno che di lì a qualche giorno si sarebbe rotto una gamba sulle piste. Finché il trambusto dell’accomodamento non aveva termine (e ci volevano ore), le porte delle stanze rimanevano aperte per volontà degli occupanti, intenti al controllo incrociato delle rispettive sistemazioni. Spesso unioni indissolubili venivano temporaneamente dissolte, e infatti fummo immediatamente visitati da Gianluca Coghetto, amico del cuore di Mora, che voleva accertarsi quanto la collocazione del suo protetto fosse di pieno gradimento da parte di questi. Per ragioni sue e a me ignote, anche l’affabile e ciarliero ragazzo di altra classe e altra sezione venne a vedere come stavo messo, e insieme andammo sul terrazzino della stanza per godere dell’ampia vista del parcheggio innevato (non tutte le stanze avevano un balcone, e non tutti i balconi affacciavano sul davanti ma io – l’ho detto – ero un privilegiato). Qui fui baciato da quella che ritenni la più fantastica delle fortune: a non più di due balconi da me, sulla destra, sul proprio terrazzino si manifestava il mio Luca Pianon, intento come me a guardarsi intorno, in compagnia dei suoi amici. Allora dissi al ragazzo “Vedi quello? Quello a sciare è fortissimo: la gara l’ha praticamente già vinta lui, prima di farla”. “Ah sì?” – mi rispose il mio nuovo conoscente – “e come ne sei sicuro?”. “Perché quello è Luca Pianon” – affermai io. Al che il ragazzo mi guardò con un certo imbarazzato stupore e mi chiese se lo stessi prendendo in giro. “No” – risposi – “in che senso ti prendo in giro?”. E lui: “Beh, non so chi è quello, ma Luca Pianon sono io”.

[sipario]

Teorema di esistenza di Edoardo

Nella vita di ciascuno ci sono momenti veramente significativi. A me, a Lavarone, ne capitò uno estremamente significativo, perché ha a che fare con la percezione di sé. L’episodio è banale e il legame con la sua portata può apparire incomprensibile. Ma non a me.

Terza media, Lavarone. Siamo in gita al lago ghiacciato, quello dove per cinquecento lire puoi fare il giro sul trenino di slittini trainato da un gatto delle nevi lanciato in piena, che se capiti sull’ultimo slittino le montagne russe di Gardaland ti fanno una pippa. Non divaghiamo. Sono già successe due cose: prima cosa, ho appena visto un angelo del Signore sceso in terra per testimoniare la Gloria di Dio. Si chiama Paola Nicolis di Robilant (III C) e mi ha pure rivolto la parola. Questa è una cosa senz’altro prodromica a quel che sta per accadere. Seconda cosa, sono scivolato sul ghiaccio e ho preso una tale craniata che mi viene la nausea. Resto immobile disteso a terra – e questo non è prodromico – ma la neo conosciuta Barbara Bertin (sempre III C) mi chiede se sto bene e se mi serve qualcosa, e anche questo è prodromico. Recuperate le forze, girello per i pressi quando inizia spontaneamente una battaglia a palle di neve. Scambio un po’ di pallate e mentre il conflitto infuria mi avvio verso una collinetta da cui è più facile colpire e più difficile restare colpiti. In cima alla collinetta c’è una ragazza, che mi vede avvicinarmi minaccioso con le mie due palle di neve (una per mano). Si chiama Alessandra – lo saprò dopo – ha un anno meno di me e, guarda un po’, di cognome fa Pianon (ma non associo, benché in tempi assai più recenti amici veneziani mi abbiano informato trattarsi della cugina di Luca). Insomma, Alessandra Pianon mi vede avvicinarmi minaccioso con le mie due palle di neve (una per mano) e pronuncia La Frase: “No, per favore, non tirarmi la palla di neve”. Per favore. Nulla, nei precedenti 13 anni e mezzo di vita, mi ha mai comunicato un altrettanto forte senso di esistenza che Alessandra Pianon la quale si affida alla mia compassione e mi prega di non tirarle una palla di neve. Non l’essere il capoclasse e il primo della classe, non le ragazze che ho già spogliato, non le ragazze che ho già baciato, non il fatto che a scacchi batto regolarmente mia madre (facile) e mio padre (meno facile). Sarà stato il tono della voce… chissà. Resto paralizzato e oggi non mi ricordo cosa le ho risposto (ma certo la palla non gliel’ho tirata). Fatto sta che un istante dopo, quando scendo dalla collinetta, qualcosa di profondo è cambiato in profondità e per sempre.

Avevo già un paio di debiti dello stesso genere con una compagna di scuola, questa di un anno più grande di me, ma se lei aveva dato una spallata alla porta, Alessandra ha buttato giù tutto il muro. Magari non sarebbe occorsa lei, bastando qualsiasi altra, magari se non fosse stato allora sarebbe stato dieci minuti dopo, in una situazione diversa. Ma lì c’era lei e la situazione era quella ed è allora che è successo. Avrò sempre un debito con Alessandra Pianon.

Mister e Miss Cimone

L’etica è una vittima incosciente della Storia, cantava Battiato. “Anche della Geografia” – aggiungerei, considerando l’attualità dei tavoli-vip nelle high school americane, destinati agli studenti che eccellono in qualche materia o sport. Strano, in un Paese così politically correct, no? Nei primi anni ’70 in Italia la political correctness non si sapeva neanche cosa fosse e ciò rendeva possibile il concorso di Mister e Miss Cimone. Oggi, anche l’ultimo psicologo da strapazzo riuscirebbe a dirti che, per supportare l’autostima individuale degli adolescenti, metterli a confronto in gare estetiche pubbliche e a iscrizione automatico-obbligatoria non è l’ideale, ma ciò all’epoca appariva estraneo alle riflessione dei nostri educatori. Così in una delle famose serate d’intrattenimento si assisteva alla competizione che in un’ora avrebbe reso euforici un ragazzo e una ragazza e incazzati come bestie gli altri 200. A differenza di una gara di sci, un concorso di bellezza si fonda su parametri in cui la tua capacità e volontà di miglioramento non giocano alcun ruolo, e perciò fa gravare sul tuo capo l’intero peso del capriccio del Fato, rispetto al quale non hai colpe né meriti. Quindi è una colossale stronzata che rischia di segnarti per la vita: tutti in cuor proprio si sentono fighissimi (meglio: lo sperano) e a 13 anni non amano essere messi di fronte alla cruda realtà il cui messaggero – il dubbio – fa già loro continuamente visita.

È intuitivo che la Fama legata a un concorso di bellezza possa avere ricadute – diciamo – sociali più ampie dell’abilità sciistica, ma quest’effetto è mitigato da diversi fattori. In primis, certifica ciò che è più o meno già noto a tutti, laddove la competenza nello slalom gigante può invece riservare grosse sorprese e improvvisi stravolgimenti, riconducibili alla categoria del “riscatto morale”. In secundis, si colloca nel campo dei giudizi soggettivi e perciò opinabili quandanco largamente condivisi, mentre viceversa il responso del cronometro gode di oggettività scientifica. In tertiis: se proprio ve lo dovrei dire, nei mesi successivi alle determinazioni estetiche e sportive di ogni annata, quel che rimaneva nell’aria attraverso sussurri e sillabe che percorrevano le calli non era chi avesse vinto il titolo di mister o miss, bensì chi fosse arrivato primo o ultimo al traguardo della pista verde. In altre parole: chi era figo o no lo sapevamo da soli, senza bisogno di plebisciti, e anzi eravamo anche in grado di contestare in prima persona l’espressione del voto popolare opponendovi le nostre preferenze personali, mentre chi era arrivato primo sui legni aveva vinto e basta, senza se e senza ma. Le tette della Bortolo (III C, ça va sans dire), benché non gratificate di alcun riconoscimento ufficiale, parlavano ai nostri … ehm… cuori ben più di una coroncina di cartone indossata per una sera dalla titolare di un bel faccino. Un po’ come succede a Miss Universo: non vince mai la più bella.

Ora però devo confessare che dopo tante chiacchiere i miei ricordi sul concorso di bellezza sono molto offuscati. Ricordo certamente un Paolo Giacomelli trionfatore davanti agli occhi compiaciuti del fratello maggiore, a sua volta vincitore in un’annata precedente. Poi mi ricordo l’ineffabile Paolo Utimpergher, sirenetto in compagnia della bionda Antonella Cazzador, di uno o persino due anni più grande. Mi pare anche di ricordare Alessandra Pesce vincitrice in terza, non in virtù di una particolare avvenenza bensì di una forte simpatia. Ho anche probabili falsi ricordi, come per esempio il fatto che si parlava di Maurizio Pussy Stefani come di sirenetto di tempi andati, ma credo con riferimento ad analoghi episodi da scuola elementare (ecché, si arrivava alla pedofilia?). Quel che certamente rammento meglio erano gli sguardi compiaciuti dei prof, a testimonianza di una loro effettiva umanità, benché espressa un po’ beceramente in un contesto non consono al loro ruolo.

I prof

A Lavarone c’erano lezioni, di pomeriggio. In quegli anni credevo che Ada Bellodi non potesse ammettere di far saltare un’intera settimana di scuola, ora mi rendo conto che doveva solo salvare le apparenze. Tant’è che di tutte le ore trascorse tra i banchi del salone-bar-pista da discoteca-e quant’altro ci volete mettere mi ricordo solo quelle passate a imparare La pioggia nel pineto (che in effetti imparai) in terza, sotto l’entusiastica guida del prof marito della Catturelli, il cui nome ora mi sfugge (un aiutino da casa?). La vera verità, al tempo inammissibile, è che ai prof andava di far lezione quanto a noi di sentirla. Pur non ammessi al non poco significativo privilegio delle discese sul bianco manto, i vigili Custodi del Nostro Sapere coglievano l’occasione trentina per fare quanto facevamo noi: divertirsi. Tutelati dalla ferrea disciplina inculcataci da Ada e forti di una tradizione di rispetto verso l’insegnante che ancora non aveva subito i rovesci della rivoluzione culturale europea post sessantotto, non avevano nulla da temere da parte nostra: la mattina obbedivamo a ben altri dei, il cui solo sguardo – anche amichevole – bastava non solo a zittirci bensì a farci ottemperare prima di subito, la sera eravamo per nostro stesso volere impegnati a comportarci secondo galateo, con la segreta speranza di ottenere un sorriso dalle Ragazze. Restava il pomeriggio, vissuto da ognuno secondo la filosofia del facite ammuina. In due parole, tra noi e i prof c’era un muto patto di non belligeranza. E devo dire che essi vi tennero sempre fede, astenendosi completamente dal romperci le palle, ma anzi mostrando un volto umano, pur nella distanza determinata dai diversi ruoli. Tale astinenza di interventi negativi o castranti fa sì che non mi ricordi assolutamente chi come e quando dei nostri o altrui prof ci abbia accompagnato durante i tre anni, fatti salvi i già citati Catturelli & marito. Ripensando oggi a quanto poi accadde al liceo e ai racconti di tregenda dei miei figli (vabbè che oggi si va a Praga, Berlino, New York, Tokyo… altro che Lavarone!), sorrido con gratitudine agli antichi maestri di quei giorni e se decidessi di posare un fiore sulle loro tombe, sarebbe in virtù di quelle settimane.

Sparsis verbis

Quella volta che il già menzionato Pussy mi prestò i suoi pantaloni termici per tutta la settimana (il secondo anno?), con una spontanea generosità difficile da interpretare, senonché essi tenevano così caldo che al chiuso dovevo aprire la zip, ricevendo commenti alquanto beffardi dagli avventori non studenti dell’hotel, visto che ero praticamente in mutande.

Quel compagno di altra classe e altra sezione che prendeva il the con nove cucchiaini di zucchero. Era partito da cinque, ma alla mia osservazione aveva deciso di stupirmi ulteriormente giocando al rialzo e non poteva più tirarsi indietro. È ancora vivo o è morto di diabete?

Quella volta che Giorgio Caporin al bancone del bar, rigirandosi tra le dita una bustina preconfezionata di zucchero e guardandone l’impressa fotografia, chiamò Andrea e gli disse: “Andrea! Questa villa si chiama come te!”. Al che, con un delizioso e modesto imbarazzo, Andrea Valmarana rispose: “Sì, è mia”. Da quel giorno, più che ai nomi cominciai a fare attenzione ai cognomi.

Quella volta, in terza, che nella nostra camerata a quattro, X lanciò una gara di seghe, favorita dall’ampia disponibilità da lui stesso fornita di giornaletti zozzi. Fu un momento inquietante, al buio, con tre colleghi lanciati nella tenzone e io che ancora non sapevo di che stessero parlando. Tralascerò i nomi, per rispetto.

Quella volta, sempre in terza e sempre nella stessa camera, in cui sempre lo stesso compagno X lanciò invece una gara di scorregge e a un certo punto bussò e successivamente entrò la nostra professoressa accompagnatrice (la Catturelli), che dopo brevissima indagine olfattiva uscì precipitosamente.

Questo è quanto.

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