Scacchi e nazionalismiIn molti sport si assiste al salto della quaglia, cioè al cambiamento di casacca in funzione di più soldi o maggiori speranze di vittoria; Zlatan Ibrahimovic è un fulgido esempio di questa ormai consolidata tendenza che rende i calciatori dei mercenari a tutti gli effetti (chi si ricorda i tempi di Rivera o Riva capisce bene la differenza).

Il fenomeno avviene anche in ambito scacchistico e ormai la fuga oltre cortina non c’entra più niente: Korchnoj non sarebbe stato necessariamente svizzero-doc e Gelfand israeliano, potendo scegliere con calma in un mercato libero.

La cosa riguarda anche l’Italia, nella persona di Fabiano Caruana, su cui scrissi a suo tempo un articolo ( http://edoardoburlini.com/blog/?p=2487 ) in cui lo associavo alla nostra bandiera. Del “tradimento” di Caruana a favore degli USA si discetta da un anno e nel frattempo gli animi non si sono placati, anzi. Più Fabiano vince e incrementa il proprio ELO, più i detrattori riempiono di spilli le bamboline voodoo che tengono sotto il letto, feriti nell’orgoglio e nell’onore. Io stesso, che cerco di essere razionale e distaccato, sotto il profilo emotivo non posso dire di aver gradito.

Per cercare di fare luce sulla vicenda e distribuire torti e ragioni, facciamoci un paio di domande.

Prima domanda: a noi italiani sarebbe importato molto il voltafaccia di Caruana se invece che un SuperB GM fosse stato un candidato maestro? Senz’altro no.

Seconda domanda: gli USA avrebbero fatto fuoco e fiamme per riaverlo indietro? Di nuovo no.

Si capisce quindi che il tiro alla fune non deriva da considerazioni di principio sullo ius soli o sanguinis, ma solo dai risultati del nostro. Con similitudine speculare calcistica: i fiorentini furono ben felici di sbolognare Gabriel Batistuta (orgoglio e bandiera dei viola fino al giorno prima) all’Inter, esattamente quanto l’Inter fu felice di appioppare Christian Vieri agli odiati cugini del Milan. Motivo: più che calciatori erano ormai stufati stracotti.

Eliminate le questioni di principio per cui vale la pena invocare bandiere e inni nazionali, rimane il solo motivo utilitaristico. In proposito, va tenuto ben presente che Caruana non si è formato ad alcuna scuola italiana di scacchi, non ha utilizzato allenatori e metodi d’insegnamento italiani, quindi non gli si può imputare  neppure di aver rubato con l’inganno un qualche italico copyright.

Certo, Fabiano può benissimo stare sulle balle a molti – e un po’, se volete saperlo, pure a me – ma la valutazione del costo-opportunità di un suo diverso “bel gesto” non possiamo effettuarla noi in vece sua. Non tutti sono Gigi Riva, per cui onore e gloria a Rombo di Tuono (Riva) ma non per questo fango e maledizioni su chi non è un samurai come lui.

Un aspetto curioso e interessante della vicenda è quello della reciproca (USA e Italia) invocazione della nazionalità/cittadinanza di Caruana come fattore cruciale delle sue scelte o – meglio – della loro legittimità. Credo di aver dimostrato che in molti sport questa sia una visione superata, se non nei momenti in cui giocano le squadre nazionali. In altri termini, l’unica occasione fondata per criticare Caruana può essere quella delle Chess Olympiads, non certo quella dei tornei individuali. In questi ognuno partecipa per proprio conto e, se poteva essere indubbiamente piacevole vedere un tricolore su un lato di tavoli prestigiosissimi, non possiamo nasconderci che era una mezza truffa, per quanto ho detto sopra: scacchisticamente Fabiano non ha nulla di riconducibile all’Italia e alla storia patria del gioco.

Quelli che celebravano l’orgoglio scacchistico nostrano sulla base della presenza della bandierina tricolore ai vari tornei di categoria 19 e più stavano facendo un’operazione del tutto indebita: non era una testimonianza di valore di un movimento, ma solo di un individuo. Siamo onesti: oggi l’Italia “vale” 2550, forse 2600, e in ogni caso non esprime punte di 2700. Questo, mi duole dirlo, dipende da fattori in cui Caruana non c’entra nulla. Se Francia e Gran Bretagna sono più forti di noi non è colpa di Caruana, ma di qualcun altro. Ed è proprio questo qualcun altro ad avere ragioni personali, e per lui validissime (questo è comprensibile), per non amare Fabiano: il voltafaccia ha mostrato che il re è nudo, o perlomeno poco vestito.

Questo triste e deleterio modo di nascondersi dietro un dito, di imbalsamare singoli e spesso vecchi eroi per celare le pecche di un intero meccanismo che funziona poco, lo vediamo anche in altri campi: la Pellegrini nel nuoto (dopo 12 anni che si smazza, quando tutte le colleghe dei vecchi tempi sono ormai mamme o nonne), la Idem nella canoa, beatificata fino ai 47 anni perché dietro di lei non c’era altro, la Cagnotto nei tuffi, mandata sola contro le Armate Cinesi. Chi hanno, dietro? Nessuno. Chi c’è dietro Caruana? Onesti GM da 2550, e non prendiamoci in giro. Sotto questo profilo, che Fabiano sia andato altrove è un bene assoluto: ora Luca Moroni non farà più panchina e le mille lire federali le daranno a lui anziché all’Alieno.

‘Sta storia non l’ho scoperta io: il grado di salute di un movimento non si giudica dai top (beh, se ne hai a dozzine, magari sì), ma dalla base. Allora, invece di guardare alla nave che salpa con Caruana a bordo, preòccupati che Moroni non resti solo, a fare il bimbo prodigio fino a 50 anni suonati.

Un’ultima cosa, poi chiudo. Ho detto sopra che le diatribe a colpi di articoli di Diritto Internazionale circa la legittimità di un giocatore nel rappresentare la Mongolia anziché la Yakuzia, o meglio ancora le invocazioni a Lari e Penati per consolidare Legami di Sangue col suolo patrio riflettono spesso dialoghi tra sordi. Il concetto di Nazione, nazionalità e cittadinanza – e quindi di cittadino – sono profondamente diversi tra USA e Italia. Fateci caso: gli italiani si “uniscono a coorte” sotto la bandiera solo quando c’è un evento sportivo. Gli americani, esattamente il contrario: sono estremamente uniti sulle cose serie, del tutto frammentati in ogni altra manifestazione della vita sociale. Ora che non c’è più l’URSS, il valore politico della supremazia sportiva si è quasi azzerato. Per l’americano medio e il suo governo, chiunque possieda un passaporto americano è americano, punto: la suggestione del cognome non ha alcun valore. È così da almeno 150 anni, abituati come sono (erano) all’immigrazione e all’integrazione. Gli americani sono pratici: lavori qui e paghi le tasse qui? Bene, sei americano. A loro che allo stesso tavolo siedano un Caruana, un Nakamura, un So vicino alla bandiera stelle e strisce, non sembra affatto strano. Non per posa o interesse, ma per sostanza e tradizione. Yul Brinner (Julij Borisovič Bryner) era russo, Charles Bronson (Charles Dennis Buchinsky) polacco: vi sembravano meno americani? Casomai si può, e forse si deve, obiettare che assai spesso gli americani per esperimere il top, soprattutto in faccende di cervello, devono fare ricorso a importazioni recenti o remote. Allora sì che caruananakamuraso dimostra qualcosa, ma non un furto bensì una carenza strutturale.

Gli italiani del nome fanno una bandiera (quando conviene). E appena da pochi anni si stupiscono un po’ meno di avere in squadra un Dvirnyy, un Juantorenha o uno Zaytsev. Decidetevi.

Conclusioni.

Caruana si è sottratto al finale Disney alla Gigi Riva. Gli vogliamo dare una medaglia, per questo? Certamente no. Ha tolto qualcosa alla Scuola Italiana di Scacchi? Altrettanto certamente no. Ha fatto quello che gli conveniva? Certamente sì. E’ un prodotto dei tempi, come Ibra e mille altri. Potete amarlo o odiarlo per aver interrotto un sogno dolce e un po’ falso, come un biglietto vincente della lotteria prima trovato per terra e poi finito per sbaglio in lavatrice. Ma, altrettanto certamente, non potete imputargli di avervi/ci tradito per ragioni di convenienza, perché sono le medesime, e le uniche, che avevano motivato voi.

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