liceo giulio cesare frame km2F 640x360@Corriere Web Roma 290x163 Ultimo giorno di scuolaDomani è il mio ultimo giorno di scuola. Foreva and eva. So di arrivare buon ultimo, tra tutti gli amici del ’59 e dintorni, ma come nelle maratone anche l’ultimo ha diritto ai propri pensieri. Dalla materna al liceo mi è sembrato un istante, anche se ricordo momenti ed episodi distinti. L’ottima formazione durante le elementari, l’assurdo buco nero delle medie, un liceo che sembra una nave che ancora cammina nonostante sia sul punto di affondare. In genere, professori più consoni a un ruolo nei film dei Vanzina che a quello di Custodi&Diffusori di Conoscenza. Molto spesso, casi umani caratteriali.

La prendo bene, come una liberazione. Qualche notte fa però ho avuto un incubo mild: la “matura” era dietro l’angolo e non avevo ancora aperto il libro di Storia.

Mia figlia mi ha detto che mi preoccupo più di lei. In realtà credo di non preoccuparmi, ma se ci sogno sopra qualcosa significa.

Mia moglie (ex) e io abbiamo avuto la grande fortuna di non avere mai il minimo problema di rendimento: mai un esame, un debito, uno scricchiolio. Mia figlia naviga placidamente a vela, godendosi il sole il vento le onde; mio figlio è un sottomarino nucleare che se incontra ostacoli non ci discute, li asfalta.

Così nella prospettiva di un’intera vita domani è veramente il mio ultimissimo giorno di scuola. Poi ci saranno gli esami, certo, ma non li vedo come problema. Non li vedevo così neanche 38 anni fa, e infatti… Però anche allora feci un sogno e anche allora era un mezzo incubo: non avevo mai detto alla ragazza che mi piaceva che mi piaceva, e le nostre strade si sarebbero divise senza quest’importante dichiarazione. Poiché avevo mesi di tempo per rimediare, rimediai. Mi piaceva davvero e siamo ancora amici, solo che l’amore non è sempre eterno, e al momento degli esami mi ero appena messo con un’altra.

Una cosa mi dispiace, anzi due. La prima è che il mio ultimo anno di liceo sembrava una lunghissima parata lungo la Fifth Avenue; le domeniche e le festività ci disturbavano perché non potevamo essere a scuola, mentre per i miei figli non è così: hanno fatto più assenze di un parlamentare italiano. L’altra è che non ho mai potuto confrontare la mia esperienza triestina con quella che avrei fatto a Venezia con gli antichi compagni di IV ginnasio e che in quell’unico anno di Marco Polo mi erano sembrati una classe fantastica.

Come padre, mi dico “beh, almeno fin qui ci siamo arrivati”. È sempre la mia solita storia: il mio, di padre, ci ha piantati lì 14enni e il giorno prima della IV ginnasio. Qualunque cosa succeda, i miei almeno sono maggiorenni e vaccinatissimi.

Staremo a vedere.

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