Gestione dell’errore nel Wing Chun

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La scuola di Wing Chun in cui pratico io ha un’impostazione ossessiva per il miglioramento tecnico. Detta così, sembra una cosa scontata e comune a tutte le scuole di qualsiasi arte marziale: dopotutto, ovunque si insegnano tecniche e come migliorarle, no? Beh, non proprio: in molti casi l’insegnamento tecnico termina quasi totalmente quando inizia quello “sportivo”, di combattimento, oppure prosegue con l’approfondimento anche molto puntuale delle singole tecniche, ma assai più raramente con quello dell’impostazione generale. Poiché nella mia scuola tutto è legato a filo doppio (e d’acciaio) con tutto il resto e ogni cosa “serve” a ogni altra cosa, l’impostazione errata di una tecnica inficia l’intero approccio.

Bisogna intendersi su cosa significhi per noi ‘tecnica’. Non è una singola azione che ha un inizio e una fine, come per esempio un mae geri nel karate o un uppercut nel pugilato, bensì è una fase di un movimento dinamico che parte da prima e non si conclude, ma prosegue e si trasforma in qualcos’altro. È più simile a una figura di danza o di ginnastica artistica, che non stanno lì fini a sé stesse, ma si tramutano armoniosamente nel movimento successivo.

Per noi, quindi, un errore tecnico ricade inevitabilmente sull’intero processo del movimento ed è difficile da recuperare (in ogni caso, va recuperato il prima possibile, perché come ho detto inficia l’intera gestione dell’azione). È chiaro? Forse no, proviamo a fare un esempio. Se in karate tiro un mae geri sbagliato (perché sbilanciato, con un movimento impreciso o una tempistica errata), l’errore non si ripercuote su quanto farò l’istante successivo. Nel mio wing chun, invece, l’errore rompe l’armonia e l’equilibrio del movimento globale, il che mi costringe a recuperare l’assetto complessivo prima di poter fare qualunque altra cosa. Se non lo recupero, anche la tecnica successiva partirà viziata.

Augurandomi di aver illustrato perché la gestione degli errori è così importante per noi, facciamo un passo avanti, che richiede di classificare gli stessi.

Io considero TRE categorie di errori: occasionali, sistematici, “individuali”. Dette categorie sono organizzate in base alla percezione di chi commette l’errore.

L’errore occasionale è riconosciuto come tale da chi lo commette e, in pratica, è una cattiva risposta del corpo rispetto alle intenzioni della mente che lo muove – mancanza di coordinamento, se volete – ovvero per una scarsa concentrazione della mente stessa (svagatezza/approssimazione). Perché avete i muscoli freddi, perché non siete abbastanza concentrati sul movimento, perché vi fa male qualcosa. Nel 99% dei casi, la ragione è la mancanza di controllo cosciente sul movimento: si “lascia andare” un po’ troppo il corpo, che si muove e “cade” istintivamente e non secondo l’equilibrio dinamico che gli volevamo imporre. Quasi sempre, questo tipo di errrore ha origine nei primi istanti del movimento stesso.

L’aspetto più importante dell’errore occasionale è la chiara e istantanea percezione di commetterlo, da parte dell’esecutore. L’esecutore potrà anche eventualmente risbagliare, immediatamente dopo o in un altro momento, ma sa cos’ha sbagliato e come in principio si deve correggere. Tutto sotto controllo, insomma: l’errore è individuato e monitorato.

L’opposto accade per l’errore sistematico. Si chiama così proprio perché è un errore di impostazione generale, sulla quale l’esecutore non ha la percezione di cosa stia sbagliando. Può avere la sensazione che qualcosa non abbia funzionato, ma solo a valle: si trova dove non dovrebbe, è fuori equilibrio, la sua tecnica non è stata efficace, ma lui non sa esattamente perché. Va poi ancora peggio se l’esecutore non ha nemmeno la sensazione di cui sopra: in questo caso, l’errore permane sistematicamente perché non viene individuato in alcun modo. L’errore sistematico può essere scoperto solo da un osservatore esterno, di adeguata competenza tecnica. Alternativamente (ma non sempre), anche da una registrazione video del movimento, in cui l’esecutore stesso si osservi in terza persona.

Ho poi chiamato individuale quel tipo di errore che sta tra le due categorie precedenti. Ci sarà sicuramente una definizione migliore, ma non mi è venuta in mente [accetto suggerimenti].

Dal punto di vista percettivo, l’esecutore lo riconosce (caratteristica degli errori occasionali) ma esso è anche ricorrente e difficilmente eliminabile (caratteristica degli errori sistematici). È facile fare esempi: la rigidità conseguente a un contatto con l’avversario, lo “scattismo” dei movimenti, la respirazione non corretta. L’esecutore riconosce come suoi propri, della propria fisicità, questi errori. Sono come abitudini difficili da perdere, frutto di condizionamenti antichi e/o funzionali ad altri stili marziali o altre pratiche ginnico-sportive. Chi proviene per esempio dal karate, come me, tende a essere molto scattoso e piuttosto rigido, al contrario da chi possa provenire dalla danza classica. Ma, oltre che dalle abitudini poco funzionali al nostro wing chun, molti errori individuali originano semplicemente dal nostro personale modo di muoverci, istintivo e “naturale” e annidato già nella nostra infanzia.

Bene, questa è suppergiù la classificazione. Che farne? Catalogare la tipologia di problemi è il primo passo per affrontarli, perché chiarisce le idee e non confonde le diverse cause con gli effetti.

Gli errori occasionali sono, paradossalmente, quelli più difficili da eliminare, perché non dipendono da ignoranza o abitudine, ma da infinite variabili casuali (avevo parlato di scarsa forma muscolare, per esempio). Questo tipo di errori generalmente diminuisce nel corso della medesima lezione, quando cioè il corpo si è abituato a un certo tipo di movimento e l’attenzione mentale si è focalizzata: un po’ come un motore che ha bisogno di scaldarsi o uno scacchista che deve prendere confidenza con la fisicità della scacchiera (colore delle caselle, disegno e grandezza dei pezzi… : non sto delirando, è un problema studiato con cura dai Grandi Maestri). Ma ho detto anche che il 99% degli errori occasionali è causato dalla scarsa concentrazione, per cui un lavoro sulla medesima non li eliminerà ma aiuterà sicuramente a commetterne di meno e per meno tempo prima di essere “caldi”. In un certo senso, il tema della scarsa concentrazione tende a renderli un po’ sistematici e un po’ individuali. Una lezione di wing chun dovrebbe iniziare con qualche minuto di silenzio e concentrazione del praticante, per entrare “nella musica giusta”.

Per gli errori sistematici, c’è poco da fare se non quanto detto prima: farsi aiutare, da altri o da un video, nella loro individuazione e – soprattutto – lasciare da parte la presunzione di “saper fare una volta per tutte” e accettare consigli e ossservazioni altrui.

Gli errori individuali, poiché sono radicati a volte assai più profondamente e cronologicamente degli altri, richiedono un ri-condizionamento, che è un’operazione lunga e difficile. Noi non siamo esseri del tutto razionali, per cui non basta renderci conto che un modo di fare è sbagliato/poco funzionale, per eliminarlo. Molti meccanismi fisiologici o motori ci risultano del tutto istintivi: il nostro corpo è abituato a fare così, e hai voglia a fargli cambiare abitudini! Il corpo ha una sua “memoria” che, se poco utile o dannosa rispetto a quel che ci serve, va cancellata e sostituita. Quindi l’unica cosa da fare è concentrarsi sul problema, tenerlo costantemente a mente, e lavorare, lavorare, lavorare finché la “costrizione” che ci si è imposta non diventa una nuova abitudine. Anche qui, occorre una buona dose di modestia e l’abbandono della sicurezza/presuzione che il nostro modo di muoverci (e respirare) sia ok. Personalmente faccio un enorme sforzo a lasciare la protettiva casa della scattosità del karateka e affidarmi invece all’apparente arrendevolezza/morbidezza di movimenti fluidi e rilassati, che secondo la mia antica esperienza contrastano con un approccio opportunamente aggressivo. Per fortuna, ho un Maestro che mi fa vedere, ogni volta che ne ho bisogno, quanto fluidità e morbidezza possano scatenare l’iradiddio.

Credo di aver detto l’essenziale. Quel che mi importava soprattutto sottolineare è che ogni errore può avere una matrice diversa e che è operativamente utile inquadrarlo nella sua origine/natura, prima ancora di affrontarlo. Poi, per correggerlo, occorre impiegare una concentrazione assoluta, che è prima di tutto mentale. E, ancora, a volte è anche importante un onesto esame di coscienza, perché le nostre convinzioni anche inconsce possono risultare di notevole ostacolo al nostro progresso tecnico. Fiducia e umiltà, modestia e pazienza: chi ha queste doti parte già in vantaggio.

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SU DI ME

Sono Edoardo, nato a Trieste nel 1959. Lì ho ancora una casa e ci torno quando mi va, ma da molti anni vivo a Roma. A Roma sono nati i miei figli, e tanto basterebbe a giustificare sia la mia esistenza che la permanenza nella capitale. Continua...

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